In due minuti vi raccontiamo la storia dell’artista serba, “nonna” della performance art.

Marina Abramovic

Questa storia inizia con una donna immobile in una stanza. È seminuda, un rivolo di sangue le accarezza il seno, ha gli occhi gonfi di lacrime e una pistola rivolta contro di sé mentre un gruppo di uomini la circondano. Non si tratta di un film drammatico, stiamo parlando di una delle performance più note di Marina Abramović.

Le performance artistiche dell’artista serba fanno rumore, scandalizzano, spesso spaventano per la loro capacità di scavare negli antri più oscuri dell’io, giocando sul limite della vita della morte. Le sue opere sono rituali catartici che spingono lo spettatore negli abissi della sua anima per poi riportarlo in superficie, depurato. Forse migliore.

Di lei si è detto tutto, nel bene e nel male. Quel che è certo, è che a prescindere dai giudizi, Marina Abramović ha rivoluzionato il mondo della performance art, rendendo ogni sua opera un evento da raccontare agli altri, come un avventura, un viaggio nel profondo di sé stessi.

MARINA ABRAMOVIĆ: LA VITA E LE PERFORMANCE ARTISTICHE RIASSUNTE IN MINUTI (DI ARTE)

1. Marina Abramović (Belgrado 1946) è un’artista serba, naturalizzata statunitense, attiva in campo artistico dagli anni Sessanta. È celebre per le sue performance che esplorano i tratti più istintivi (e spesso oscuri) dell’animo umano. Si è autodefinita “Grandmother of performance art” per sottolineare la portata rivoluzionaria del suo modo di intendere la performance artistica che, nel suo caso, prevede spesso la partecipazione del pubblico, sia a livello mentale che fisico.

2. La biografia di Marina Abramović regala spunti interessanti già dal principio. I genitori erano partigiani della Seconda Guerra Mondiale mentre suo nonno, un patriarca della chiesa ortodossa serva, è stato proclamato santo!

Sintetizzando in estremo la biografia di quest’artista, dovremmo prendere in considerazioni tre città, fondamentali per raccontare la sua storia: Belgrado, Amsterdam e New York.

Belgrado è la sua patria, dove mosse i primi passi nel mondo dell’arte, frequentando l’Accademia di Belle Arti dal 1965 al 1972; Amsterdam è la città in cui incontrò l’artista tedesco Ulay, partner fondamentale nell’attività creativa e nella vita di Marina Abramović; New York è infine la città della consacrazione, dove l’artista risiede tuttora.

Marina Abramović, Relation in Time (With Ulay) (1977)
Marina Abramović, Relation in Time (With Ulay) (1977)

3. Non si può parlare di Marina Abramović, senza spiegare (brevemente) che cos’è la performance art.

Volendo semplificare al massimo potremo dire che la performance è un’attività artistica che prevede un atto fisico da parte dell’artista. Gli elementi essenziali (a mio parere) sono due: 1. Nella performance artistica l’opera d’arte non è più un oggetto immobile ma è un “evento”, una “prestazione”, che può essere una danza, un dialogo o una serie di azioni. 2. La performance artistica prevede un profondo coinvolgimento dello spettatore, anche a livello fisico, in molti casi.

Marina Abramovic, The artist is present, al Moma di New York nel 2010
Marina Abramovic in una delle sue più celebri performance (ne parliamo al punto 8)

4. Tra le opere più celebri di Marina Abramović c’è la serie di performance dal titolo Rhythm o la serie Freeing The Body, Freeing The Memory, Freeing The Voice, messe in atto negli anni Settanta.

In particolare la serie Rhythm colpì per le violenze che l’artista infliggeva a sé stessa per portare il suo corpo all’estremo limite fisico. Emblematico è il caso della performance Rhythm 5 (1975) durante la quale la Abramović rischiò la vita.

L’artista si era infatti distesa al centro di una stella a cinque punte in legno, posizionata al centro di una stanza e che era stata data alle fiamme. In quella prigione di fuoco però l’aria era presto diventata irrespirabile e l’artista aveva perso i sensi. Per fortuna gli astanti si accorsero del problema e soccorsero l’artista per tirarla via da quella trappola mortale.

Marina_Abramović_Rhythm_5
Marina Abramović, Rhythm 5, 1974. Student Cultural Center, Belgrade 1974

5. Ancor più scalpore destò però la performance Rhythm 0, tenutasi a Napoli nel 1974. In quel caso l’artista si era collocata in piedi al centro di una stanza in cui erano presenti vari oggetti (coltelli, piume, corde, forbici e persino una pistola) e fu detto agli spettatori che per sei ore sarebbe rimasta immobile come un oggetto e ognuno avrebbe potuto fare di quel corpo ciò che desiderava. Impunemente.

Dopo un paio di ore di titubanza, gli spettatori iniziarono ad accanirsi sull’artista, in modo violento e incontrollato: le tagliarono i vestiti, le tagliuzzarono la pelle con una lametta, fino a puntarle contro la pistola. A quel punto altri spettatori intervennero e nacque un’accesa discussione che rischiò di sfociare in una rissa.

La performance, tutto sommato, aveva funzionato. Aveva mostrato il peggio degli esseri umani che, se sicuri dell’impunità sono capaci di dare sfogo alle peggiori fantasie sadiche. L’opera della Abramović però si concludeva con una flebile speranza. Qualcuno, alla fine, aveva reagito.

Marina Abramovic, Rhythm 0
Marina Abramovic, Rhythm 0, 1974

6. Ad Amstrerdam nel 1976 Marina Abramović conosce il performer tedesco Uwe Laysiepen (in arte “Ulay”). Nasce subito un profondo connubio artistico e sentimentale. Insieme saranno protagonisti di alcune opere celebri come Rest/Energy (1980 – nella foto), o come la performance Impenderabilia (Galleria Comunale di Arte Moderna di Bologna, 1977) in cui i due artisti, completamente nudi, si pongono l’uno di fronte all’altro all’ingresso di uno stretto passaggio che gli spettatori sono costretti a oltrepassare per entrare nel museo, scegliendo se dare la spalle all’uomo o alla donna. La performance, che doveva durare tre ore, venne interrotta da due poliziotti dopo due ore, perché ritenuta oscena.

Anche l’addio tra i due artisti diventa un’opera d’arte, dal titolo The Lovers (1988). I due infatti si recano agli estremi opposti della Muraglia Cinese (Ulay parte dal deserto dei Goby, la Abramović dal Mar Giallo) e dopo un lunga camminata (2500 ck circa) si incontrano a metà per abbracciarsi e dirsi addio.

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Marina Abramovic, Rest / Energy, 1980

7. Una delle opere più celebri di Marina Abramović è Balkan Baroque, presentata alla Biennale di Venezia nel 1997. In questa performance l’artista è seduta in una cantina piena di ossa bovine insanguinate e maleodoranti, che lei pulisce incessantemente per giorni dal sangue e dai vermi, cantando litanie e lamenti. L’opera, che faceva esplicito riferimento agli orrori perpetuati nella guerra dei Balcani (all’epoca in corso), venne premiata con il Leone D’Oro.

Abramovic_Balkan-Baroque
Marina Abramovic, Balkan Baroque, 1997

8. Altra celebre performance di Marina Abramović è The artist is present, al Moma di New York nel 2010. La performance è durata tre mesi, durante i quali l’artista, vestita di un ampio abito, si è seduta ad un tavolo di fronte al quale era stata posta un sedia vuota. Su quella sedia poteva sedersi chiunque, per fissarla negli occhi.

Circa 750 persone hanno preso posto di fonte all’artista, lasciandola impassibile, fino a quando non le si è seduto di fronte un uomo dai capelli e dalla barba bianchi. L’artista lo ha osservato poi, con le lacrime agli occhi gli ha stretto le mani. Quell’uomo era Ulay, ventitré anni dopo il loro addio.

9. Marina Abramović ha “diffuso” il suo percorso artistico, fatto di esplorazione del corpo e della mente, per entrare in contatto con la parte più profonda di sé stessi, grazie al suo “Metodo Abramović” (2012), che vede tra i principali sostenitori la pop star Lady Gaga.

10. GrandMother Of Performance sarà, probabilmente, l’ultima performance di Marina Abramović. L’artista ha infatti pensato a quest’opera, che potrà vedere la luce solo il giorno del suo funerale. Quel giorno ci saranno tre bare, ognuna delle quali verrà inviata in una delle tre città che hanno segnato la vita dell’artista: Belgrado, Amsterdam, New York. Solo una (ovviamente) conterrà il corpo dell’artista, ma nessuno saprà quale.

“The hardest thing is to do something which is close to nothing because it is demanding all of you.” (Marina Abramović)

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