In due minuti vi raccontiamo la storia di un artista eclettico, scultore, pittore, regista teatrale… con una passione per gli scarabei

di Massimo Lovisco

Jan Fabre in Attends… Pour mon pere, al Teatro Stabile di Potenza per il “Città 100 Scale Festival”  (foto S. Laurenzana)

Jan Fabre incarna perfettamente la figura dell’artista fiammingo. Il suo lavoro è incentrato sul corpo, sul senso della morte, ma soprattuto sull’eccesso. Un eccesso che, stando alle sue dichiarazioni, l’ha portato da adolescente a finire per ben due volte in coma, a causa dei colpi ricevuti prendendo parte a delle risse di strada. Già questo racconta molto di questo artista sui generis e sulla sua vita.

Cresciuto con una madre cattolica, un padre comunista ed uno zio appassionato di teatro, Jan Fabre incarna l’attitudine ad andare sempre al di là degli schemi imposti, anche con il rischio di scandalizzare e andare contro la morale comune.

È regista teatrale, artista visivo, coreografo, scenografo, scrittore. In ogni suo lavoro emerge un evidente lato visionario e provocatorio. Per questo vale la pena leggere la sua storia.

JAN FABRE: LA VITA E LE OPERE RIASSUNTE IN DUE MINUTI (DI ARTE)

1. Jan Fabre nasce ad Anversa nel 1958. Sua madre, Helena Troubleyn, è di lingua francese, da lei eredita l’amore per la lingua e la poesia francese. Suo padre invece, Edmond, è un disegnatore classico che gli tramanda l’amore per le immagini e per i maestri fiamminghi.

Racconta Fabre che da bambino il padre lo portava spesso allo zoo per disegnare animali  o a visitare la casa di Rubens dove si soffermava a ricopiare dipinti e disegni.

2. Jan Fabre studia all’Istituto di Arti Decorative e Belle Arti e all’Académie royale des Beaux-Arts d’Anversa, sua città natale a cui è fortemente legato e in cui risiede tutt’oggi.

Proprio ad Anversa ha debuttato nel 1978 con una performance legata alla body art (My body, my blood, my landscape) in cui disegnava utilizzando il proprio sangue.

Pochi anni dopo, nel 1980, realizza il suo primo spettacolo teatrale Theater geschreven met een K is een kater che gli procura subito una vasta notorietà, soprattutto per la durata dell’opera di ben 8 ore.

Jan Fabre, My Body, My Blood, My Landscape, 1978

3. L’obiettivo di Fabre nel teatro è di arrivare ad una forma d’arte totale che includa tutti i linguaggi: arti visive, scrittura, recitazione, performance, danza, musica, scenografia, proponendo oltre a monologhi e performance di danza contemporanea, pièce che durano ore in cui gli spettatori sono liberi di muoversi, uscendo e rientrando come se la rappresentazione fosse un mondo che vive di vita autonoma.

Nel 2015 per il Romaeuropa Festival propone Mount Olympus una tragedia greca ispirata ai riti dionisiaci della durata di ben 24h andata in scena al teatro Argentina dalle 19 di sabato 17 ottobre alle 19 del giorno seguente.

Il corpo, la metamorfosi, il cervello sono temi molto presenti nella poetica di Fabre.

4. Affascinato dal funzionamento del cervello (la parte più sexy del corpo umano come ha dichiarato più volte) Jan Fabre ha coinvolto il neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, lo studioso che ha scoperto i neuroni specchio, per indagare sull’empatia in un dialogo/performance tenuto mentre i due erano uniti da elettrodi sulle loro teste.

Il cervello è un elemento molto presente nei suoi lavori, rappresentato in  sculture disegni e video. The rhytme of the brain è stata una sua personale a cura di Melania Rossi e Achille Bonito Oliva che si è tenuta a Roma nel 2020 che aveva come tema proprio il sistema cerebrale e le vibrazioni del cervello.

Jan Fabre, To Wear One’s Brain On One’s Head (By a Small Artist), 2018. Photo Pat Verbruggen © Angelos bvba. Courtesy Palazzo Merulana, Roma (Fonte: https://www.artribune.com)

5. Un’altra fonte di ispirazione di Jan Fabre è l’entomologia, lo studio degli insetti, passione presente in lui fin quando da bambino lo zio Jaak fratello del padre, gli dice che il grande naturalista Jean-Henri Fabre, considerato il padre dell’entomologia, è un loro lontano avo. In realtà non ci sono fonti di questa parentela, ma Jan è rimasto molto affascinato dalla figura dell’entomologo, ripercorrendo i suoi studi e trovando nello scarabeo e nella sua corazza una fonte di ispirazione anche concettuale.

Sono tantissimi i lavori fatti con la corazza degli scarabei. Quando nel 2002 la Regina Paola del Belgio lo invita a realizzare un’opera permanente per il Palazzo Reale, ricopre il soffitto e il lampadario della Sala degli specchi con 1.4 milioni di scarabei tailandesi dalla corazza iridescente.

Gli stessi scarabei sono stati utilizzati per il grande Omaggio a Hieronymus Bosch in Congo, due trittici da cinque metri l’uno con cui Fabre ha voluto denunciare la violenta colonizzazione del Congo da parte del Belgio sul finire dell’800 ed omaggiare al contempo l’artista olandese Hieronymus Bosch.

Jan Fabre – Tribute to Hieronymus Bosch in Congo (2012) – Jewel beetle wing su legno – ©Mario Mauroner, Vienna (Fonte: https://www.artribune.com)

6. A Jean-Henri Fabre si deve anche la teorizzazione dell’ora blu, un particolare momento che separa notte e giorno in cui gli animali notturni stanno per addormentarsi e quelli diurni si stanno risvegliando.

Un concetto che rimanda alla metamorfosi e alla trasformazione che ispira la  bic art,  disegni eseguiti servendosi dell’inchiostro di comuni penne bic blu. In questi disegni c’è un concentrarsi ossessivo di linee blu che sovrastano le superfici dandogli nuove connotazione visive e percettive.

Nel 1990 arrivò a coprire completamente il castello di Tivoli (Mechelen) con fogli disegnati con bic blu, riuscendo a dare alla struttura architettonica un particolare riflesso che cambiava con il tempo.

“A volte il castello ha un riflesso porpora, a volte più rosso, poi un bagliore argenteo, per tornare quindi blu bic intenso” (dal diario di Fabre)

Il castello di Tivoli, “colorato di blu” da Jan Fabre (Fonte: https://www.building-gallery.com)

7.  I lavori di Fabre hanno spesso suscitato polemiche dai toni piuttosto accesi. Nel 2012, ad esempio fu duramente criticato per una sua performance in cui l’artista lanciava dei gatti in aria sulle gradinate del municipio di Anversa, una metafora sul fatto che i gatti cadono sempre in piedi. Purtroppo le cose andarono diversamente e alcuni felini atterrarono malamente, facendo infuriare gli animalisti che aggredirono Fabre a fine performance.

L’artista si scusò pubblicamente assicurando che nessun felino si era ferito e che non fossero quelle le sue intenzioni. Scuse che non placarono le proteste, anche politiche. L’artista dichiarò che in quei giorni gli arrivarono almeno 20000 email di insulti.

8. Nel 2016 la sua mostra all’Ermitage di San Pietroburgo è stata duramente attaccata per la presenza di animali impagliati.

Nel lavoro il Carnevale degli Animali aveva infatti utilizzato le carcasse di animali trovati morti ai bordi delle strade e in seguito impagliati. Mentre nell’opera Il reclamo dei gatti randagi morti  aveva  appesi a ganci di macelleria nove gatti per sfatare il detto nordico che i gatti hanno nove vite; o nell’opera Le carnaval des chiens de rue morts erano presenti cani randagi impagliati come metafora dell’artista, amato, sfruttato e poi costantemente abbandonato dalla società borghese.

Il Dipartimento di Arte Contemporanea del Museo Statale Ermitage dovette intervenire pubblicamente per difendere la mostra e respingere le numerose richieste di chiusura.

Jan Fabre, © Angelos bvba – Photo: Attilio Maranzano (Fonte: https://www.angelos.be/)

9. Nel 2008 Jan Fabre è il primo artista vivente ad esporre in una grande personale al Museo del Louvre di Parigi confrontandosi con i maestri classici. Nella mostra L’ange de la métamorphose l’artista espone lavori legati alla tematica della morte e della sacralità in diretto dialogo con le opere dei maestri presenti.

Molti lavori sono autoritratti di Fabre, a partire dall’opera iniziale, Je me vide de moi-meme  una scultura realistica in dimensioni naturali che raffigura l’artista mentre schiaccia il proprio naso sanguinante contro un’opera di Rogier van der Weyden quasi a voler sottolineare la difficoltà di confrontarsi con i maestri e con un tempio dell’arte come il Louvre.

Jan Fabre, Sacred Space, 2011

10. Jan Fabre è anche autore di numerose sculture monumentali in bronzo e marmo, come la Pietà in marmo di Carrara che riproduce a grandezza naturale quella di Michelangelo posizionando però un suo autoritratto reggente un cervello al posto di Cristo ed una Madonna scheletrica in decomposizione, presentato nel 2011 alla Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia di Venezia.

Oppure le sculture in bronzo lucidato a specchio esposte nel 2019 a Firenze in Piazza Signoria Searching for Utopia, che raffigura l’autore che cavalca una tartaruga gigantesca (in copertina) o l’Uomo che misura le nuvole (dedicata al criminale Robert Stroud, soprannominato l’ornitologo di Alcatraz che, liberato dopo aver scontato la pena, a chi gli chiedeva cosa avrebbe fatto nella vita da libero rispondeva che avrebbe misurato le nuvole). L’opera fu esposta a Napoli nel 2017.

Sempre a Napoli, nella cappella del Pio Monte delle Misericordia, è possibile ammirare in esposizione permanente quattro sculture di Fabre realizzate in corallo, materiale che proviene dal mare ma che, col suo colore, ricorda le fiamme, come quelle di un vulcano.

Jan Fabre, La libertà della compassione, 2019

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