In due minuti vi raccontiamo la storia di un pioniere dell’arte Informale, famoso per i suoi Sacchi, le sue tele bruciate e i cretti, tra cui spicca l’immenso Cretto di Gibellina.

di Massimo Lovisco

Alberto Burri, fotografato da Nanda Lanfranco
Alberto Burri, fotografato da Nanda Lanfranco (Fonte: Wikipedia)

Concreto: se dovessimo trovare un solo aggettivo per descrivere Alberto Burri, di sicuro sarebbe questo. Concreto nelle scelte di vita, quando fu fatto prigioniero dagli americani e, pur non essendo fascista si rifiutò di collaborare perché aveva giurato fedeltà al “Regio Esercito” e non poteva ripudiare la sua scelta.

Concreto soprattutto nelle sue opere: tangibili, materiali, che sembra ti invitino a toccarle per esplorarle col tatto (ps: non fatelo, è vietato!).

Concreto infine nel gestire la diffusione delle sue opere, a cui era molto legato. Un aneddoto ad esempio racconta che nel 1952 l’artista doveva compiere un viaggio a Parigi ma non aveva soldi. Così organizzò una piccola mostra a Città di Castello dove mise in vendita alcuni “sacchi” alla modica cifra di duecentomila lire, necessarie a pagarsi il viaggio in Francia. Quando anni dopo, raggiunta la notorietà, quei “sacchi” iniziarono ad acquistare valore, gli acquirenti delle opere si accorsero che non erano state firmate. Alla richiesta della firma però l’artista si rifiutò dicendo: “Per 200 mila lire volete anche la firma? Io riconosco che l’opera è mia ma non la firmo!”. Più concreto di così?

LA VITA E LE OPERE DI ALBERTO BURRI: RIASSUNTO IN DUE MINUTI (DI ARTE)

1. Alberto Burri (Città di Castello, 1915 – Nizza, 1995) è considerato uno degli artisti più importanti della tendenza informale che si diffuse internazionalmente dopo la seconda guerra mondiale.

2. L’arte informale fu una tendenza artistica nata sul finire degli anni ’40. In un mondo incerto e sconvolto dalla Seconda Guerra Mondiale, gli artisti avvertirono l’esigenza di una nuova modalità comunicativa che rifiutasse le forme, figurative o astratte che fossero, per dedicarsi direttamente alla materia attraverso gesti spontanei ed espressivi.

Se prima l’agire scaturiva da una conoscenza razionale, adesso l’operazione artistica era legata unicamente all’atto stesso, al gesto e al rapporto con la materia. Il termine fu coniato per la prima volta nel 1951 dal critico francese Michel Tapié.

Alberto Burri, Rosso Plastica, 1963
Alberto Burri, Rosso Plastica, 1963 © Fondazione Burri (Fonte: www.arte.it)

3. Tutta la ricerca di Burri era legata alla materia con una maestria unica nel modellarla ed utilizzarla con grande impatto comunicativo. Nella sua produzione ha lavorato con sacchi, ferri, argilla, catrami, plastiche bruciate, legni, muffe, cellox … ogni volta con risultati d’impatto e suggestivi

4. Burri si è avvicinato all’arte in modo piuttosto rocambolesco. Dopo essersi laureato in medicina nel 1940, fu arruolato nell’esercito come sottotenente medico di complemento e nel 1943 venne assegnato alla 10ª legione in Africa settentrionale. L’avventura militare durò poco perché qualche mese dopo venne catturato dagli inglesi e poi ceduto agli americani per finire ad Hereford in Texas in un criminal camp, un campo di concentramento per non collaborazionisti della Seconda Guerra Mondiale. Fu catalogato tra i fascisti irriducibili, perché si rifiutò di firmare una dichiarazione di collaborazione. Tempo dopo, intervistato da Politi per la rivista Flash Art, Burri spiegò le ragioni della sua scelta: “Dopo aver giurato fedeltà al Regio Esercito, figurati se potevo ripudiare la mia idea”.

La detenzione in Texas tuttavia fu provvidenziale. Fu quei lunghi mesi infatti che Burri si avvicinò al mondo dell’arte, cominciando a dipingere.

Alberto Burri, Catrame, 1949
Alberto Burri, Catrame, 1949 (Fonte: www.arte.it)

5. Al suo rientro in Italia Burri condivise uno studio nei pressi di Piazza di Spagna con lo scultore informale Edgardo Mannucci e aderì alla fondazione del gruppo Origine composto oltre che da lui da Mario Ballocco, Giuseppe Capogrossi e Ettore Colla.

Il gruppo si proponeva di andare oltre l’astrattismo (considerata manierista e tecnicista) e la figuratività (orientata verso un decorativismo) attraverso forme elementari, semplicità di mezzi e colorazione violenta. Origine esordi con la sua prima ed unica mostra a Roma nel gennaio 1951.

6. La serie più famosa di Burri è quella dei Sacchi, a cui lavora nella prima metà degli anni ’50. Sacchi di juta rattoppati e ricuciti e poi applicati su una tela di solito rossa o nera. Questi lavori che sono oggi considerati dei classici della storia dell’arte al loro apparire suscitarono non poche critiche.

Uno dei primi sacchi “Lo strappo” esposto alla fondazione Origine nel 52 fu rifiutato dalla Biennale di Venezia. Quando ad esempio nel 1959 un’altra opera, il Grande Sacco, fu esposto alla Galleria Nazionale d’arte moderna di Roma, un esponente del PCI chiese al governo dell’epoca in un’interrogazione parlamentare quale fosse la cifra pagata dal museo per la «vecchia e sdrucita tela da imballaggio che, sotto il titolo di Grande sacco, è stata messa in cornice da tal Alberto Burri», o la Stampa per voce del critico Marziano Bernardi dichiarava che «I pezzi di tela di sacco bucati, non entreranno nell’arte neppure tra mille anni, poiché sono solo buffonate»

Alberto Burri, Sacco 5P, 195
Alberto Burri, Sacco 5P, 1953 © Fondazione Burri (Fonte: www.fondazioneburri.org)

7. Nel 1953 raggiunse la fama internazionale con la sua prima personale americana “Alberto Burri: paintings and collages” presentata prima a Chicago nella Allan Frumkin Gallery e poi a New York presso la Stable Gallery.

Nello stesso anno Burri aveva conosciuto a Roma James Johnson Sweeney direttore del prestigioso Guggenheim Museum di New York che colpito dai suoi lavori presso la fondazione Origine decide di includerlo nelle attività espositive del museo. Due opere furono inserite nella mostra Younger European painters inaugurata a dicembre che dopo il Guggenheim fu ospitata in altri musei americani. Sweeney curò anche la prima monografia di Burri pubblicata nel 1955.

8. Nel 1955 sposò la coreografa e poetessa americana Minsa Craig, un legame solido che durerà fino alla morte dell’artista avvenuta nel 1995 per un enfisema polmonare.

La Craig fu al centro di un lungo contenzioso, poi risolto, con la Fondazione Albizzini che gestisce il patrimonio artistico di Burri, per l’eredità delle opere, eredità che tornerà al centro di un giallo alla morte della Craig avvenuta nel 2002, quando risulteranno sparite tutte le numerose opere (del valore di milioni di euro) che erano presenti nella loro villa di Beaulieu in costa Azzurra.

Alberto Burri, Cretto, 1970
Alberto Burri, Cretto, 1970 (Fonte: https://artslife.com)

9. Nel 1963 debutta anche come scenografo, una sua attività meno conosciuta che ha portato avanti per anni. Progetta abiti e scenografia per Spirituals uno spettacolo tenuto alla Scala di Milano del compositore e direttore d’orchestra statunitense Morton Gould. Progetterà tra le altre anche le scenografie per November Steps un balletto del 1972 tenuto al Teatro dell’Opera di Roma, e per Tristano e Isotta di Wagner

10. I Cretti sono una delle serie più note che Burri creò dal 1973 (con il Bianco Cretto) fino al 76. Si tratta di superfici quadrate o rettangolari ricoperte da crepe che ricordano le terre argillose crepate nei periodi di siccità. Per ottenere questo effetto Burri applicava su una superficie di cellotex (un materiale usato come isolante nell’edilizia) un impasto composto da bianco di zinco e colle viniliche, a volte con aggiunta di terre. Durante la procedura di essiccamento la superficie crepava proprio come accade ai terreni argillosi.

Il Cretto di Gibellina è una grande opera site specific di land art che copre circa 80 000 metri quadrati. Di fatto è considerata una delle opere d’arte contemporanea più estese al mondo. È stata realizzata tra il 1984 e il 1989 in Sicilia dove sorgeva la città vecchia di Gibellina distrutta dal terremoto del Belice del 1968. Burri aderì all’invito che l’allora sindaco Ludovico Corrao tese ad artisti per una ricostruzione attraverso l’arte, ma a differenza degli altri artisti, Burri decise di non operare nella città nuova bensì nel borgo distrutto realizzando un monumento che ripercorre vie e vicoli esattamente nel punto in cui sorgevano. Una ricostruzione simbolica della città vecchia.

Il Cretto di Gibellina
Il Cretto di Gibellina (Fonte: https://it.wikipedia.org)

“La pittura è libertà raggiunta, costantemente consolidata, difesa con prudenza così da trarne la forza per dipingere di più” – Alberto Burri

La mostra

Caravaggio. Il contemporaneo
Il seppellimento di Santa Lucia di Caravaggio, in dialogo con le opere di Alberto Burri

Al Mart di Rovereto
dal 9 ottobre 2020 al 14 febbraio 2021

Info: http://www.mart.trento.it/caravaggio

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