La storia di un ritratto che diventa la storia di un’amicizia. In due minuti provo a darvi 5 motivi per vedere il film su Giacometti.

Poster Final Portrait
Locandina Final Portrait

Quanto tempo è necessario per eseguire un’opera d’arte? La risposta più scontata (e forse corretta) sarebbe un banale “dipende”. Ma forse cambierete idea dopo aver visto “Final Portrait. L’arte di essere amici”, film diretto da Stanley Tucci, nelle sale italiane da giovedì 8 febbraio 2018.

Il film, tratto dal romanzo “Un ritratto di Giacometti” dello scrittore americano James Lord, racconta proprio la lunga gestazione dell’opera che lo scultore e pittore Alberto Giacometti aveva promesso di realizzare per l’amico James Lord, nel settembre parigino del 1964.

Il pragmatico James si presta così ad estenuanti sessioni di posa, sotto lo sguardo ironico e spesso distratto dell’artista, interpretato da un ottimo Geoffrey Rush. Tra i due, così diversi tra loro, si instaura un rapporto di complicità, rafforzato da una quotidianità che sono “obbligati” a condividere per raggiungere l’agognata meta: la realizzazione del ritratto di James.

Ho avuto l’opportunità di vedere il film il 4 febbraio, nella bellissima cornice del MART – Il museo di arte contemporanea di Trento e Rovereto, che fino al 2 aprile ospita la mostra “Realismo Magico”fino al 2 aprile ospita la mostra “Realismo Magico”. In questo articolo non farò una recensione del film, di sicuro ci saranno altri più bravi di me nel farlo (basta “Googlare”). Vi suggerisco solo 5 motivi per cui, a mio parere, vale la pena vedere il film.

Perché vedere il film “Final Portrait”?

James Lord by Alberto Giacometti

1. Per conoscere il lato umano di Alberto Giacometti

Personalmente non conoscevo a fondo Alberto Giacometti. O per meglio dire, conoscevo l’artista ma poco l’uomo. Il film “Final Portrait” riesce a raccontarli entrambi, con delicatezza e un tocco di sottile ironia.

Da un lato c’è il genio e la sregolatezza dell’artista, dall’altro c’è un uomo pieno di dubbi, scontroso, infedele, a volte egoista, sicuramente imperfetto. Ed è questo che lo rende perfettamente umano, perché è nell’imperfezione che si celano i segreti dell’anima.

Il primo motivo per cui vi consiglio di vedere questo film è proprio questo: conoscere l’uomo, oltre che l’artista. Sono convinto che sia l’unico modo per poter osservare un’opera con piena consapevolezza. Chi segue questo blog lo sa già.

2. Per la recitazione dei protagonisti e la cura dei personaggi

Non è facile tenere desta l’attenzione dello spettatore per un’ora e mezza in un film girato quasi per intero in un luogo chiuso (l’atelier dell’artista) con due personaggi principali e pochi altri di contorno (bravissimi). Stanley Tucci in “Final Portrait” ci è riuscito, facendo leva su due elementi: l’azzeccata scelta degli attori e la cura dei personaggi, ognuno dei quali ha una personalità ben definita che gioca un ruolo chiave nell’equilibrio della narrazione.

Bravissimo Geoffrey Rush nei panni di un imprevedibile (e spesso dispettoso) Alberto Giacometti, ma ottima anche la prova di Armie Hammer, nei panni di un elegante e imponente James Lord.

Interessante la contrapposizione, non solo di atteggiamento (tanto Lord è pragmatico, quanto Giacometti è fumoso e creativo) ma anche fisica tra i due. Hammer è un colosso di oltre 1,90 che tuttavia deve piegarsi di fronte ai tempi e alle richieste dell’anziano artista. L’ho trovato un’interessante spunto di riflessione.

Ottima infine la caratterizzazione dei personaggi secondari, ognuno fondamentale per dare senso alla storia, come in un’opera teatrale scritta bene.

3. Per comprendere il legame tra l’artista e il suo modello

Quello che si instaura tra Giacometti e James Lord è un rapporto che va al di là della realizzazione di un semplice ritratto, è un incontro e una sfida tra soggetti completamente diversi che diventa una silenziosa amicizia mai esplicitata del tutto.

È interessante il modo in cui il film giochi sulla tensione che si crea tra l’artista e il modello. A tratti si ha l’impressione che Giacometti voglia cogliere l’intera anima del suo soggetto che invece vorrebbe donare all’artista solo la sua esteriorità. Da questo non detto si genera la tensione che è ingrediente indispensabile di un capolavoro. Solo il grande artista è capace di catturare l’anima, il mediocre si accontenta di un volto.

FinalPortrait

4. Perché racconta il lato quotidiano del lavoro di artista

Perché siamo abituati a pensare che la vita dell’artista si svolga all’aperto, tra bellissimi paesaggi, notti infinite, feste e grandi bevute, e che poi basti l’ispirazione per creare in meno di un’ora un’opera da vendere a cifre improponibili.

Il film mostra bene l’intero processo creativo, che è fatto di studio, pratica, ripensamenti e ancora studio. È un lavoro estenuante, che richiede tempo e abnegazione perché l’artista non lavora solo quando poggia il pennello sulla tela ma, parafrasando Conrad, è al lavoro anche quando guarda alla finestra. 

5. Perché ti aiuta a capire in fondo che le opere sono sempre incompiute

L’ultimo motivo per cui consiglio questo film è perché, con un tocco di ironia svela il segreto di tutti i grandi artisti: nessun artista è mai completamente soddisfatto del proprio lavoro.

Ogni artista, se potesse, continuerebbe a modificare le sue opere senza giungere mai ad una conclusione, in cerca di una perfezione che non esiste. Lo racconta egregiamente bene Emile Zola nel suo romanzo “L’opera”, ma lo spiega bene anche questo film.

Forse però è nella incompiutezza dei capolavori che sta la loro capacità di trasmettere emozioni, perché solo in questo modi possono lasciare allo spettatore la possibilità di completare l’opera e renderla propria.

Final Portrait

 

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