In due minuti raccontiamo come gli artisti nel corso dei secoli hanno raccontato la paura, l’horror e la morte: da Bosh a Goya, fino ad arrivare a Damien Hirst.

Non è facile accostare Halloween all’arte, perché se chiediamo a qualcuno cosa sia la festa di Halloween probabilmente penserà ai bambini che vanno di porta in porta a chiedere dolcetti, ai film americani e all’idea che sia solo l’ennesima trovata commerciale per vendere gadget a basso costo e oggetti di cattivo gusto.

In effetti è così, ma è anche vero che Halloween nasce per uno scopo nobile, quello di rendere manifeste le paure che celiamo nelle tenebre dell’inconscio, per mostrarle a tutti, giocarci (per una notte) e ridimensionarle. E poi c’è il fascino dell’ignoto, quella paura che non ha nulla di razionale ma che ci consente di viaggiare attraverso mondi lontani con la certezza che in fondo non ci accadrà nulla e che al ritorno dal nostro viaggio ci ritroveremo di nuovo di fronte al camino, nel sicuro delle nostre case.   

Ho scelto cinque opere d’arte per questo viaggio attraverso la paura, l’horror e la morte, da percorrere al sicuro, di fronte al monitor del pc, nella notte di Halloween.

LA PAURA, L’HORROR E LA MORTE IN 5 OPERE D’ARTE (PIÙ UNA)

Hieronymus Bosch, Inferno musicale (parte destra del Trittico delle delizie), 220×389 cm, olio su tavola, Museo del Prado, Madrid
Hieronymus Bosch, Inferno musicale (parte destra del Trittico delle delizie), 220×389 cm, olio su tavola, Museo del Prado, Madrid

Hieronymus Bosch, “L’inferno musicale” (pannello di destra del trittico del “Giardino delle delizie”, 148-1490 circa)

Nessuno come l’artista fiammingo riesce a raccontare nelle sue opere la paura dell’ignoto e di ciò che può celarsi negli abissi della nostra immaginazione. “L’inferno musicale” è parte di un trittico, quindi non è un’opera in sé, ma colpisce per i dettagli celati all’interno del dipinto: nessuno di essi è lasciato al caso ma ognuno ha un preciso valore simbolico, legato alla religione o, in alcuni casi, all’alchimia. La testa del gigante con il corpo a forma di uovo, posta al centro dell’opera, pare sia un autoritratto dell’autore. Del resto Bosch apparteneva alla Confraternita di Nostra Signora e lui stesso, attraverso la pittura, compiva un’opera moralizzatrice volta ad allontanare gli spettatori dalle tentazioni e dal peccato.

Caravaggio, Scudo con testa di Medusa, 1598 ca, olio su tela, 60×55 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze
Caravaggio, Scudo con testa di Medusa, 1598 ca, olio su tela, 60×55 cm, Galleria degli Uffizi, Firenze

Michelangelo Merisi da Caravaggio, “Scudo con testa di Medusa” (1598)

Caravaggio non ha mai risparmiato dettagli truculenti nelle sue opere, tecnica che appare assolutamente coerente con il carattere sanguigno dell’artista, che in vita giunse a macchiarsi dell’omicidio di un uomo, tale Ranuccio Tommasoni, passato a fil di spada per motivi apparentemente futili. In molti dei capolavori di Caravaggio ricorre il tema della decapitazione (vedi opere come Decollazione di San Giovanni Battista o Davide con al testa di Golia). Per alcuni queste opere avevano un significato legato alla separazione dell’anima (la testa) dal mondo fisico (il corpo), per altri non sono che un riflesso di quegli anni violenti in cui decapitazioni, squartamenti e torture avvenivano quotidianamente come forma di spettacolo (vedi anche articolo sul Barocco).

Johann Heinrich Füssl, Incubo, 1781, olio su tela, 01x127 cm, Detroit Institute of Arts, Detroit
Johann Heinrich Füssli, Incubo, 1781, olio su tela, 01×127 cm, Detroit Institute of Arts, Detroit

Johann Heinrich Füssli, “Incubo” (1781)

Ho scelto quest’opera perché rappresenta bene quella paura irrazionale, abissale e spaventosamente tangibile che viviamo nel corso di un incubo. Il dipinto dell’artista svizzero suscitò enorme scalpore presso la Royal Academy of Arts quando fu reso pubblico nel 1781, soprattutto a causa della carica erotica emanata dal corpo discinto della donna addormentata. Si sono consumati fiumi di inchiostro nella ricerca del significato nascosto in quest’opera, che affronta il tema dell’inconscio più di cento anni prima che fosse teorizzato da Sigmund Freud. Il mostro accovacciato sul petto della giovane infine, ben rappresenta il senso di soffocamento e paralisi che spesso accompagna il dormiente nel corso di un incubo e che negli anni ha dato adito a leggende e suggestioni.

Francisco Goya, Saturno che divora i suoi figli, 1819-1823, olio su intonaco, 146×83 cm, Museo del Prado, Madrid
Francisco Goya, Saturno che divora i suoi figli, 1819-1823, olio su intonaco, 146×83 cm, Museo del Prado, Madrid

Fancisco Goya, “Saturno che divora i suoi figli” (1819-1823)

È un’opera che il maestro spagnolo ha realizzato negli ultimi anni della sua vita, quando, privo dell’udito e disgustato dalla crudeltà degli uomini, decise di ritirarsi a vita privata nella sua casa fuori Madrid, chiamata “La Quinta del Sordo” (non perché Goya fosse sordo ma perché vi aveva abitato un altro sordo in precedenza). Goya affrescò tutte le pareti della casa con quelli che vennero battezzati come “I dipinti neri”, una serie di dipinti cupi e inquietanti che l’artista creò senza avere alcuna intenzione di renderli pubblici. Saturno che divora i suoi figli appartiene a questo filone e racconta la storia di Saturno, padre di Zeus che spaventato da una profezia, secondo cui uno di loro un giorno avrebbe privato il padre del trono, divora i figli appena nati. Il dipinto rappresenta bene l’orrore provato da Goya per la brama di potere dei forti, che non hanno scrupoli nell’assassinare innocenti per assecondare il loro folle egoismo.

Damien Hirst, For the love of God, 2007, denti, platino e diamanti, 17,1×12,7×19,1 cm, White Cube, Londra
Damien Hirst, For the love of God, 2007, denti, platino e diamanti, 17,1×12,7×19,1 cm, White Cube, Londra

Damien Hirst, “For the love of God” (2007)

Ho scelto quest’opera di Damien Hirst non tanto per l’opera in sé, quanto perché non credo sia possibile scrivere un articolo che parla di arte, orrore e morte senza citare l’artista britannico, nelle cui opere si avverte il tanfo della decomposizione (es. A Thousand Years). For the love of God è una delle opere meno macabre di Hirst, oltre ad essere una delle opere più costose di sempre: il teschio umano è decorato con 8601 diamanti per un totale di 1106,18 carati con un diamante rosa incastonato sulla fronte da 50 carati. Il costo di produzione dell’opera si aggira tra i 20 e i 30 milioni di dollari! Diciamo che in pochi potrebbero permettersi il lusso di esporlo in casa come ornamento per la festa di Halloween.

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Salvador Dalì; La persistenza della memoria
Salvador Dalì; La persistenza della memoria, 1931, olio su tela, 24×33 cm, The Museum of Modern Art di New York, New York

Salvador Dalì, “La persistenza della memoria” (1931)

Forse a qualcuno sfugge il nesso tra quest’opera e il mondo dell’orrore ma non per gli appassionati di Dylan Dog. Il dipinto compare infatti nell’albo “La clessidra di pietra” (soggetto di Claudio Chiaverotti e disegni di Corrado Roi). Nel fumetto un uomo viene risucchiato dal dipinto e accolto da un inquietante personaggio con il capo a forma di clessidra che recita: “…gli orologi non sono altro che il camembert paranoico-critico, tenero, stravagante e solitario del tempo e dello spazio…” (frase di Dalì, di cui trovate la biografia sul sito). Inutile dire che l’uomo risucchiato dal dipinto farà una fine tremenda, venendo divorato da un’enorme creatura mostruosa che emergerà dalle acque nei pressi della scogliera presente nel dipinto. Mi sembrava giusto segnalare questo ennesimo legame tra il mondo dell’arte e il tema dell’orrore, anche perché ormai, ogni volta che ammiro La persistenza della memoria, non posso fare e meno di scrutare con sospetto l’enorme scogliera dipinta dal maestro spagnolo.

Il mostro nascosto nell'opera di Dalì nell'albo di Dylan Dog
Il mostro nascosto nell’opera di Dalì nell’albo di Dylan Dog “La clessidra di pietra”
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