Perché Fontana faceva dei tagli sulle tele? Proviamo a spiegarlo in due minuti, raccontandovi la storia di un artista che cercava la terza dimensione, dove tutti ne vedevano due.

di Massimo Lovisco

Lucio Fontana in una fotografia di Lothar Wolleh.
Lucio Fontana in una fotografia di Lothar Wolleh (CC BY-SA 3.0)

È piuttosto facile riconoscere le opere più famose di Lucio Fontana, artista passato alla storia dell’arte dell’ultimo Novecento grazie ai suoi famosi tagli sulla tela, così semplici all’apparenza ma profondamente iconoci , tanto da diventare parte del nostro immaginario al pari della Gioconda o della Marylin di Warhol.

I tagli di Fontana sono stati qualcosa di rivoluzionario, un attacco alla tela, considerato da sempre il regno incontrastato della pittura. Prima di Fontana le rivoluzioni artistiche avevano sempre giocato all’interno dello stesso campo di battaglia: la tela, con la sua altezza e la sua larghezza, recintate da una cornice. Fontana va oltre, la oltrepassa e la rende parte dello spazio: da superficie virtuale che descrive il mondo, a oggetto che invade il nostro spazio. La sua è una ricerca partita dalla scultura che si estende allo spazio arrivando a fondare il movimento spazialista. Lo raccontiamo in due minuti, alla fine dei quali, forse comprenderemo meglio perché Fontana “tagliava” le tele dei suoi quadri.

LA VITA E LE OPERE DI LUCIO FONTANA: RIASSUNTO IN DUE MINUTI (DI ARTE)

1. Lucio Fontana (Rosario, 1899 – Comabbio, 1968) è stato un pittore e uno scultore, fondatore del movimento Spazialista.

Nacque in Argentina, a Rosario de Santa Fè da genitori di origine italiana, con spiccate attitudini artistiche. Il padre Luigi era uno scultore con un atelier avviato “Fontana y Scarabelli”, la madre Lucia Bottino era un’attrice teatrale. A soli sette anni lasciò l’Argentina per essere affidato ad uno zio in Italia e poter frequentare le scuole nel Bel Paese.

La sua formazione scolastica tuttavia si interruppe bruscamente con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Nel 1916 il giovane Lucio Fontana si arruolò come volontario, fino a raggiungere il grado di  sottotenente di fanteria e rientrare dal fronte con una medaglia d’argento nel 1919, ferito sul Carso. Al rientro riprese gli studi per diplomarsi perito edile.

2. Subito dopo il diploma Fontana fece ritorno in Argentina dove cominciò a lavorare nello studio del padre, specializzato in scultura funeraria, soprattutto per i ricchi emigrati italiani in Argentina.

In quegli anni, realizzando le prime opere “sperimentali”, cominciò ad allontanarsi dall’idea di scultura come attività meramente commerciale, per avvicinarsi all’idea di scultura intesa come ricerca, prospettiva che lo spinse ad aprire uno studio in proprio e iscriversi all’Accademia di Belle Arti.

Lucio Fontana, Campione Olimpico (Atleta in attesa), 1931-1932
Lucio Fontana, Campione Olimpico (Atleta in attesa), 1931-1932, Palazzo Pepoli, Bologna

3. Nel 1927 tornò in Italia e si iscrisse al corso di scultura dell’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano (dove si diplomò nel 1929). Divenne subito uno degli allievi prediletti del docente del corso, Adolfo Wildt, scultore celebre per i volti drammatici, simbolici e a tratti gotici dei suoi soggetti (Wildt è autore della statua di Mussolini della casa del fascio di Milano la cui distruzione a picconate all’indomani della caduta del regime è diventata un’immagine iconica e storica). Maestro nella lavorazione del marmo, le statue di Wildt sono levigate, lucide e contraddistinte da una varietà di toni che l’artista raggiungeva utilizzando anche urina e sterco di cavallo. Wildt è stato anche un membro della commissione della XVII Biennale di Venezia del 1930, la prima in cui partecipò Fontana.

4. Negli anni accademici Fontana fu molto influenzato dallo stile del suo maestro, influenza evidente in alcuni lavori fatti per il Museo Monumentale di Milano (Cappella Mapelli, Tomba Berardi, Loculi Pasta e Locati), tanto che Wildt era convinto che l’allievo potesse diventare un suo erede artistico. Ma la ricerca di qualcosa di nuovo, la voglia di sperimentare, il percepire nuove istanze nell’universo artistico portò ben presto Fontana ad una netta separazione artistica dal suo maestro.

Nel 1930 Fontana prese una massa di gesso, gli diede una forma classica, quasi marmorea di un uomo seduto e poi gli buttò su una colata di catrame, quasi con violenza. Fu una svolta simbolica, per nulla condivisa dal maestro. Come raccontò lo stesso Fontana “Wildt si è lamentato, e cosa potevo dirgli? Avevo una grande stima di lui, gli ero riconoscente, ma a me interessava trovare una nuova strada, una strada che fosse tutta mia” La scultura creata, L’uomo nero, è oggi andata perduta (rimane qualche vecchia fotografia) ma è considerata una delle più importanti del primo periodo.

Lucio Fontana, Nature, 1959-1960, Tate Collection, Londra (www.tate.org.uk)

5. Gli anni ’30 furono dedicati alla sperimentazione e alla frequentazione del mondo artistico di ricerca. Fontana si avvicinò agli astrattisti lombardi, e al gruppo parigino “Abstraction-Création”.

Nel 1935 presentò, in una personale alla galleria Il Milione di Milano, alcune statue astratte e geometriche, in gesso sorrette da fusti in fili di ferro. Sperimentò inoltre la ceramica nello studio dell’amico Giuseppe Mazzotti ad Albisola, arrivando a creare sculture in mosaico colorato; frequentò la scena milanese degli architetti razionalisti con il gruppo BBPR ( Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers) da cui apprese la lezione di Le Corbusier.

Nel 1937 visitò l’Esposizione Universale di Parigi dove conobbe Tristan Tzara, Costantin Brancusi e potè ammirare dal vivo le opere di Picasso.

6. Quando nel 1940 Fontana tornò in Argentina, era ormai uno scultore affermato. Fu protagonista di numerose esposizioni, ricevette riconoscimenti pubblici, iniziò ad insegnare e frequentò la scena dell’avanguardia.

Nel 1946 con con Jorge Rornero Brest e Jorge Larco, fu promotore della Altamira, Escuela libre de artes plàsticas, un’accademia indipendente che ben presto diventò un centro propulsore di sperimentazione e ricerca. Fu in questo contesto che prese vita l’idea di superamento della pittura e delle altre arti come erano intese tradizionalmente, per arrivare ad una nuova forma che includesse anche lo spazio e il tempo.

Fontana espresse questi concetti nel manifiesto blanco, un volantino firmato da molti artisti “controcorrente”, come Bernardo Arias, Horacio Cazenueve, Marcos Fridman, Pablo Arias, Rodolfo Burgos, Enrique Benito, César Bernal, Luis Coli, Alfredo Hansen e Jorge Rocamonte. Paradossalmente, nonostante i concetti espressi, Fontana non firmò il “manifiesto”, visto che in quel momento l’artista rappresentava ancora la scena artistica “ufficiale”.

Lucio Fontana, Concetto Spaziale Attese, 1959, MART Rovereto (www.mart.tn.it)

7. Nel 1947 in un gruppo di disegni apparve per la prima volta il termine Concetto Spaziale, che farà parte della sua produzione negli anni a venire. Nello stesso anno Fontana tornò in Italia e a Milano, con Beniamino Joppolo, Giorgio Kaisserlian e Milena Milani, fondò il movimento Spazialista, pubblicando il primo manifesto al quale ne seguirono negli anni degli altri. Gli artisti che aderirono al movimento, ispirati dalla scienza, sentivano l’urgenza di una nuova percezione dello spazio in cui confluissero anche tempo, luce e suono.

Secondo gli “spazialisti” il quadro doveva “uscire dalla tela e la scultura dalla campana di vetro” utilizzando tutti i nuovi mezzi messi a disposizione dalla tecnica, comprese radio e televisione, tanto che nel 1952 pubblicarono il Manifesto del Movimento spazialista per la televisione.

Oltre alle opere di Fontana, il movimento diede vita ad altre opere emblematiche, come ad esempio le tele con le energiche spirali di Roberto Crippa e i “grattage” di Mario Deluigi.

8. Fontana mise subito in pratica le suggestioni spaziali nell’istallazione Ambiente Spaziale a Luce Nera, un’opera molto innovativa presentata il 5 febbraio del 1949 alla galleria del Naviglio a Milano e visibile per soli 6 giorni.

Come lo stesso autore dichiarò in una lettera al grande architetto e designer Gio Ponti, si trattava del “primo Ambiente spaziale nel mondo, né pittura né scultura, forma luminosa nello spazio – libertà emotiva dello spettatore” . Si trattava di un ambiente scuro dove alcune figure astratte appese al soffitto erano illuminate da lampade wood che davano il tipico colore violaceo e fluorescente. Per la prima volta lo spazio non conteneva l’opera ma diventava esso stesso parte dell’opera. Lo spettatore aveva un fruizione immersiva ed un approccio attivo che stimolava più sensi e diversi stati emotivi.

Lucio Fontana, Concetto Spaziale, 1951, Solomon R. Guggenheim Foundation (wwwartribune.com)

9. Nel 1949 Fontana inaugurò la serie dei “buchi“: con un punteruolo bucò letteralmente la tela per creare delle forme a spirale, dei vortici o delle figure organizzate. I buchi riflettevano pienamente la natura spaziale del movimento da lui creato. La superficie bidimensionale della tela veniva interrotta dallo spazio creato dal foro che faceva emergere il vuoto oltre la tela. L’opera includeva così lo spazio ma introduceva anche il tempo, attraverso il gesto del forare la tela che assumeva così un valore quasi performativo.

Erano gli stessi anni in cui negli Stati Uniti Jackson Pollock introduceva il gesto nelle sue tele, mediante la tecnica del dripping.

10. Evoluzione dei buchi furono i tagli, la sua serie più conosciuta che iniziò a praticare dal 1958 con i titoli “Concetto Spaziale” o “Attesa“. In questi lavori, contraddistinti da uno o più tagli sulla superficie della tela, il concetto di superamento dello spazio bidimensionale era ancora più netto. Lo squarcio interrompeva l’illusorietà e l’universo della tela facendo emergere prepotentemente lo spazio reale sottostante, e creava degli squarci che davano un senso di plasticità e tridimensionalità.

Lucio Fontana, Concetto spaziale, attese, 1966 (www.artribune.com)

“… io buco; passa l’infinito di lì, passa la luce, non c’è bisogno di dipingere […] invece tutti hanno pensato che io volessi distruggere: ma non è vero io ho costruito, non distrutto”

Lucio Fontana, 1899 – 1968

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