In due minuti ti raccontiamo la storia di uno dei padri del dadaismo e del ready-made, famoso per la sua “Fontana” e per aver messo i baffi alla Gioconda

di Massimo Lovisco

Marcel Duchamp (1887-1968)
Marcel Duchamp (1887-1968)

Marcel Duchamp è considerato uno degli artisti più importanti dell’intera storia dell’arte, anticipatore e creatore di tendenze che sono ancora attuali. Pioniere dell’arte concettuale ed esponente di spicco del dadaismo, la sua arte si contraddistingue per una profonda ironia, che invita alla riflessione, tanto che ancora oggi i suoi lavori si prestano a interpretazioni diverse.

Nella sua carriera ha sperimentato tutte le avanguardie del momento, per poi superarle e dare vita a qualcosa di totalmente nuovo con i ready-made. In lui tutto è materiale artistico per la mente, a partire dai titoli in cui utilizzava uno stile fatto di giochi di parole e frasi omofone (ispirato allo scrittore Raymond Russel), veri e propri rebus che per ogni opera possono condurre a diversi significati.

Negli ultimi anni della sua vita abbandonò l’arte per dedicarsi seriamente agli scacchi. Morì il 2 ottobre del 1968. Famosa è l’epigrafe sulla sua tomba nel cimitero di Rouen scritta da lui stesso «D’ailleurs c’est toujours les autres qui meurent» “D’altronde sono sempre gli altri che muoiono”.

VITA E OPERE DI MARCEL DUCHAMP:
RIASSUNTO IN DUE MINUTI (DI ARTE)

  1. 1. Marcel Duchamp nasce a Blainville-Crevon nel arrondissement di Rouen il 28 luglio del 1887 in una famiglia numerosa con spiccate attitudini artistiche.
  2. Dei sei fratelli (di cui uno morì in tenera età) il maggiore Gaston fu un rinomato pittore cubista (per un certo periodo ben più celebre dello stesso Marcel) con lo pseudonimo di Jacques Villon (scelto per omaggiare il poeta Francois Villon), l’altro fratello Raymond (che si firmava Raymond Duchamp-Villon) era un importante scultore cubista, mentre la sorella Suzanne era una pittrice dilettante (che sposò in seconde nozze l’artista Jean Crotti). Non solo, il nonno Emile-Frédéric Nicolle era un pittore ed un incisore.
  3. 2. Duchamp iniziò a dipingere a 15 anni e prima di approdare ai suoi famosi ready-made, sperimentò tutte le avanguardie del momento senza mai soffermarsi su uno stile per molto tempo.
  4. Le sue prime tele erano paesaggi impressionisti (ad esempio Paesaggio a Blainville) poi, dopo aver visto una mostra di Cézanne si lasciò influenzare dal suo stile (evidente in opere come Partita a scacchi). Non è finita qui: Duchamp si confrontò anche con l’espressionismo (come in Nudo con calze nere), il simbolismo ( in opere come Il battesimo), il cubismo (tra cui Sonata) e il futurismo (il celebreNudo che scende le scale n02 ).
Marcel Duchamp, I giocatori di scacchi, 1910. Philadelphia Museum of Art
Marcel Duchamp, I giocatori di scacchi, 1910. Philadelphia Museum of Art (Fonte: www.artribune.com)

3. La sua costante ricerca di un’arte che privilegiasse il pensiero piuttosto che una passiva imitazione della natura lo porta a compiere un’azione del tutto innovativa per il mondo dell’arte: prelevare dalla quotidianità un oggetto d’uso comune prodotto in serie ed elevarlo ad oggetto d’arte esponendolo come tale.

Nel 1913 Duchamp presenta una comune Ruota di Bicicletta su un piedistallo dando così vita al ready-made (che ancora non si chiamava tale, il termine fu coniato nel 1915), un’operazione che per quanto semplice ebbe una portata rivoluzionaria ed epocale aprendo le strade all’arte concettuale. Il critico d’arte Renato Barilli sottolineò che quell’opera segnò il passaggio da una concezione tradizionale dell’arte, in cui si privilegiava il senso della vista, all’estetica, ossia una dimensione in cui l’opera d’arte viene percepita attraverso tutti i sensi.

Duchamp con il suo solito ermetismo ironico disse che creò quest’opera perché sentiva la mancanza del camino di casa e il movimento della ruota gli ricordava le fiamme. Da sottolineare che quando presentò la ruota di bicicletta la ricerca del movimento nell’arte era un tema molto attuale (basti pensare al futurismo). In quest’opera il movimento non è virtuale e imitato bensì reale.

Marcel Duchamp, Roue de bicyclette, 1913
Marcel Duchamp, Roue de bicyclette, 1913 (Fonte: https://artslife.com)

Altro celebre ready-made è L.H.O.O.Q. (1919), che non è altro se non una riproduzione fotografica della celebre Gioconda di Leonardo, alla quale l’artista ha provocatoriamente aggiunto dei baffi e un pizzetto. Lo stesso titolo è un dissacrante gioco di parole che gioca con l’opera e con la visione superficiale e acritica che spesso ne ha lo spettatore medio.

Marcel Duchamp, L.H.O.O.Q.
Marcel Duchamp, L.H.O.O.Q., 1919

4. Il ready-made più noto di Duchamp è però del 1917 e per ironia della sorte non è mai stato esposto se non in versioni riprodotte. Il suo titolo è Fontana e si tratta di un comune orinatoio da parete ruotato di 90 gradi, posto su una base e firmato R.Mutt.

L’artista si era da poco trasferito a New York ed era entrato a far parte della Society of Independent Artists che aveva organizzato una fiera di artisti indipendenti in cui qualsiasi artista, pagando una cifra di 6 dollari, poteva esporre liberamente. Duchamp, che era anche nel comitato scientifico, inviò l’opera (un orinatoio acquistato pochi giorni prima nel negozio di sanitari J.L Mott Iron Works ) segretamente, con lo pseudonimo di Richard Mutt, allegando oltre alla quota di iscrizione un indirizzo falso di Philadelphia. Nonostante il regolamento non prevedesse il rifiuto di un’opera, la sua Fontana, di cui ovviamente si ignorava la reale paternità, non fu esposta perché considerata non arte. In segno di protesta Duchamp si dimise dalla società.

In seguito l’opera, fotografata da Alfred Stieglitz, fu pubblicata sulla rivista Blind Man, accompagnata da due articoli che ne ribaltavano le accuse, e poi sparì definitivamente (si dice buttata dallo stesso fotografo dopo gli scatti). La Fontana di Duchamp tornò alla ribalta negli anni ’50, diventando così celebre che l’artista ne realizzò e autenticò diverse copie da distribuire nei principali musei.

Marcel Duchamp, Fontana, 1917
Marcel Duchamp, Fontana, 1917 (opera originale fotografata da Alfred Stieglitz)

5. Rrose Selavy è un altro nome adottato dall’artista per firmare alcuni lavori. Più che uno pseudonimo è un vero e proprio alter-ego, infatti non compare unicamente come firma ma anche fotograficamente.

Nel nome adottato c’è uno dei giochi di parole duchampiano: Selavy è omofono del francese c’est la vie. Mentre Rose, scelto (a detta dell’artista) in quanto uno dei nomi più diffuso in Francia, è in realtà anche l’anagramma di “eros”. Nel nome Rrose Selavy si può quindi leggere il messaggio “L’eros è la vita”. Duchamp non si limita a firmasi con il nome di Rrose Selavy, ma veste anche i panni di questa moderna donna degli anni Venti, lasciandosi immortalare dall’amico fotografo Man Ray.

Tra i lavori firmati dalla Selavy c’è Belle Helaine, eau de voilette (1920), una boccetta di profumo il cui unico esemplare per anni è stato parte della collezione d’arte privata di Yves Saint-Laurent. Tale lavoro è strettamente connesso all’opera Air de Paris (1919), consistente in un ampolla contenente l’aria di Parigi.

Oltre al fatto che entrambi sono considerati esempi di ready-made creati a partire da elementi immateriali ed eterei, come lo sono il profumo e l’aria, queste due opere sono collegate anche dal nome. Grazie ad uno dei celebri giochi di parole di Duchamp, infatti, Air de Paris può essere letto anche come “Aria di Paride” e quindi ricongiungersi con il nome dell’altra opera, Belle Helaine, che ci riporta alla bellissima Elena di Troia, amante (appunto) di Paride.

Marcel Duchamp nei panni di Rrose Sélavy, fotografato da Man Ray
Marcel Duchamp nei panni di Rrose Sélavy, fotografato da Man Ray (Fonte: it.wikipedia.org)

6. Il Grande Vetro è il suo lavoro più impegnativo a cui lavorò dal 1915 al 1923 lasciandolo incompiuto rispetto al progetto iniziale. È un’opera formata da due grandi lastre di vetro inserite e separate da una cornice d’acciaio. Rappresenta un corteggiamento amoroso e impossibile tra uno scapolo (nella parte inferiore) e una sposa (nella parte superiore), il tutto presentato con molti elementi simbolici in gran parte derivati dalle ricerche precedenti (ad esempio la sposa presente in alto a sinistra si rifà al suo quadro omonimo del 1912, mentre nella parte inferiore è evidente la “Macinatrice di cioccolato” già protagonista di un quadro del 1914). Duchmap nel 1934 in una sua raccolta La Scatola Verde ha lasciato degli appunti in cui descrive il meccanismo.

Interessante notare che il corteggiamento è presentato come una macchina complessa, un motore dove ogni parte concorre al funzionamento dell’insieme (lo stesso artista ha parlato del Grande Vetro come di “un cofano che copre un motore invisibile”), la Sposa è una macchina (fatta di ingranaggi) il cui comportamento non è descritto psicologicamente ma meccanicamente ed il contatto tra la Sposa e l’Apparecchio Scapolo non avverrà mai se non a livello mentale.

In quest’opera è evidente un altro tema dell’artista, ossia la ricerca di un’estetica diversa, indifferente alla logica del bello o del brutto, dell’arte o dell’anti-arte, proponendo la bellezza dell’indifferenza delle macchine.

Marcel Duchamp, Grande Vetro
Marcel Duchamp, Grande Vetro, 1915 – opera incompiuta

7. Duchamp introdusse nei suoi elementi anche il caso. Il Grande Vetro durante un trasporto nel 1927 fu seriamente danneggiato, ma l’artista riconobbe in questo un intervento creativo del caso e riparò unicamente la parte superiore destra irrimediabilmente distrutta, ma non le crepe che diventarono parte attiva dell’opera.

Nel 1920 il vetro rimase disteso nello studio per diversi mesi accumulando polvere (destinata a colorare alcuni elementi), ma la superficie coperta dalla polvere divenne il tema di un altro lavoro, l’Allevamento di polvere, appunto, fotografato da Man Ray.

Il caso rientra anche in Obbligazione per la Roulette di Montecarlo del 1924 in cui l’artista lanciò un’obbligazione per entrare a far parte di una società con un sistema di vincite sicuro in grado di eliminare il caso dal gioco (per la cronaca, uno dei pochi sottoscrittori fu l’amico Doucet a cui furono restituiti 50 franchi perché Duchamp ammise che il sistema non aveva funzionato)

Man Ray, Allevamento di polvere, 1920. Dettaglio del Grande vetro di Marcel Duchamp
Man Ray, Allevamento di polvere, 1920. Dettaglio del Grande vetro di Marcel Duchamp (Fonte: www.artribune.com)

8. Grande importanza avevano per Duchamp i titoli che tramite giochi di parole si prestano a diverse interpretazioni. Fonte di ispirazione per l’uso di omofonie fu lo scrittore francese Raymond Roussel famoso per l’uso del calembour un gioco di parole in cui due frasi che si pronunciano allo stesso modo hanno significato diverso.

I romanzi di Roussel erano tutti costruiti con questa tecnica, da una frase doveva “generarsi” la seguente con uno svolgimento in grado di collegarsi al primo significato. Ad esempio ad una frase con Ma chendre est (la mia candela è) poteva seguire una frase con marchande zelée (venditrice zelante). Roussel fu molto ammirato non solo da Duchamp ma anche dai surrealisti e dalla scena culturale del periodo.

9. Dell’opera di Marcel Duchamp sono state fatte diverse interpretazioni, alcune anche molto particolari, come quella di Arturo Schwartz che negli anni ’70 ha letto tutta l’opera dell’artista in chiave psicanalitica come frutto di una passione inconfessata verso la sorella Suzanne.

Il critico d’arte Maurizio Calvesi invece ha riletto l’artista in chiave alchemica. Stando ai suoi studi, Duchamp nelle sue opere fa un uso preciso e consapevole della simbologia alchemica, in modo segreto, da vero iniziato. Anche il concetto stesso di ready-made che trasforma oggetti privi di valore in opere preziose, riprende l’antico mito alchemico della trasformazione del piombo in oro.

Così come alcune opere hanno un preciso significato simbolico: lo Scolabottiglie (1914) ad esempio, fa riferimento alle incisioni tipiche dell’albero della vita, mentre il Grande Vetro che, secondo il critico, è una metafora della pietra filosofale.

Marcel Duchamp. Scolabottiglie, 1914 -1964
Marcel Duchamp. Scolabottiglie, 1914 -1964

10. Duchamp ufficialmente abbandonò l’arte subito dopo aver realizzato il Grande Vetro per dedicarsi alla sua altra grande passione gli scacchi (in realtà in gran segreto dal 1946 al 1966 lavorò a Étant donnés un’installazione per il Philadelphia Museum of Art, per sua volontà resa nota solo dopo la sua morte. Nessuno se non sua moglie era a conoscenza di ciò). Negli scacchi raggiunse risultati notevoli classificandosi ai primi posti in campionati francesi ed internazionali. Scrisse anche un libro su una particolare mossa che nella vita di un giocatore può capitare al massimo una volta.

Il suo primo matrimonio con Lydia Levassor-Sarrazin finì nel 1927, si dice anche a causa di una gelosia nei confronti degli scacchi (tanto che lei per rappresaglia una notte lei gli incollò tutti i pezzi sulla scacchiera). Per il secondo matrimonio nel 1968 scelse una moglie, la mercante d’arte Teeny Seattler che condivideva con lui la stessa passione per la scacchiera.

Tre opere di Marcel Duchamp da ricordare

  • Ruota di bicicletta, 1913
  • Fontana, 1917
  • L.H.O.O.Q., 1919

“Mi sono costretto a contraddirmi per evitare di conformarmi ai miei stessi gusti.” (Marcel Duchamp, 1887 – 1968)

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